Di Francesca Parviero

Vi racconto una cosa che mi è successa: a luglio ho partecipato a un incontro dal titolo Refuture.it, voluto dal team degli organizzatori di TEDx Italia: un progetto di policy making fatto di diversi tavoli tematici di lavoro, con l’obiettivo comune di stimolare la nascita di nuove azioni intorno a tematiche strategiche per l’Italia di domani.  

Mi hanno chiesto di contribuire al tavolo sul “Neo lavoro”, dove abbiamo parlato di come sarebbe stato il lavoro nel 2030 (futuro del lavoro, digitale…). Mi trovavo tra riferimenti autorevoli del mondo del lavoro, tra rappresentanti delle big corporation e studiosi che hanno fatto la storia delle organizzazioni negli ultimi 40 anni.  

Tra questi spiccava il nome del sociologo Domenico de Masi, che per chi fa il mio mestiere è un indubbio punto di riferimento per le sue capacità di rivoluzionare e incidere nelle organizzazioni che ha affiancato. Guardavo alla sua partecipazione come la studentessa che fui, quella che guardava a questi uomini di sapere con grande ammirazione. Finché non ho avuto l’occasione di un confronto diretto, che mi ha esposto al disincanto. Più si cresce e più si è esposti a nuovverità

Stavamo parlando delle caratteristiche del futuro del lavoro e il Professor De Masi parlava di femminilizzazione del mercato del lavoro commentando dati di proiezione a dieci anni. Ha parlato dell’incremento esponenziale dello smart working (che noi donne definiremmo homeworking coatto, ora) che ha visto improvvisamente 8 milioni di persone lavorare da casa, definendo – in una ipotetica proporzione 1 a 10 – i loro 800.000 capi come un problema perché fino ad allora erano stati incapaci di interpretare la società. Ha definito i manager italiani incapaci di gestire il tempo, perché fanno in 12 ore quello che i tedeschi fanno in 7 h. Insomma, fino a quel momento parlava di capi e manager maschi, evidentemente.  

Dietro una mia suggestione parla della leadership, e ammette che sì: “la leadership è dei maschi o delle donne che si comportano come maschi. E questo perché le donne non lottano per guadagnarsi, si lamentano e basta, la donna non fa altro, dagli anni ’80 in poi. Perché invece fino agli anni ’80 ci sono state delle femministe che ci hanno rimesso la vita per la lotta e hanno ottenuto il nuovo diritto di famiglia. Le donne attuali non fanno che lamentarsi volendo un potere che l’uomo non gli darà mai se non gli è strappato, c’è poco da fare. Dovete combattere per avere il lavoro, per avere la leadership e quando l’avete ottenuta dovete gestirla in modo diverso dai maschi non può essere un doppione perché altrimenti meglio tenerci i maschi” (cit.). 

A questo punto mi sono coperta il viso con le mani (e Zoom mi è testimone). Mi chiedevo: ma può un professionista maschio, bianco, eterosessuale, di 80 anni, che viene ancora invitato come il grande saggio, dire queste cose dall’alto del suo privilegio?  

Ma certo che può! E io che all’inizio pensavo di dovermi arrabbiare con quest’uomo, per me sociologo mitologico, invece lo ringrazio. Perché se lui e i suoi simili ci vedono così, vuol dire che non vedono, che non guardano, che non conoscono e che molto probabilmente non (ci) capiscono. 

Quindi basta con la celebrazione della giornata internazionale delle donne. Mi pare aberrante che i brand ne parlino solo l’8 marzo dedicando delle uscite ad hoc che ci fanno sembrare dei panda in via d’estinzione e da proteggere, e basta con questo pink washing allucinante che non si sostiene con serietà, con azioni concrete e sistematiche. Le mimose poi, a me personalmente fanno schifo. 

Non serve che inizi con la retorica del femminismo che non è il contrario del maschilismo, con il fatto che anche gli uomini dovrebbero esserlo (femministi) e che il futuro del lavoro è femmina (che è anche il titolo di un bestseller), perché queste oggi sono le basi, le basi. 

Il vecchio saggio ci dice che quando siamo al potere sembriamo tutte maschi: dai ragazze, un po’ è vero. Non siamo più negli anni ’80, il periodo del tailleur alla Sigourney Weaver: tiriamole fuori, quelle caratteristiche che ci connotano come vere femmine. Tiriamole fuori tutte. 

Facciamoglielo vedere cosa significa avere a che fare con la forza delle donne: sul palco di Sanremo la retorica dei campioni di calcio maschi che si danno le testate fa ancora ridere, e la direttrice di orchestra che vuole essere chiamata – in barba all’italiano – ‘direttore’, sono i nostri competitor. Abbiamo ancora una volta bisogno di cultura.  

Se nel 2021 non hanno ancora capito che una equa rappresentanza dei generi e una buona dose di differenza nei gruppi di lavoro è garanzia di un incremento del successo di prodotti e servizi, e di un incremento del PIL, allora è proprio vero, ci sono 800.000 capi da far fuori, e pure qualcuno più su di questi.  

E allora, come racconta la Professoressa Francesca Gino nel suo libro Talento Ribelle, perché non facciamo come i pirati? Da loro è la ciurma che sceglie chi sta al comando, di volta in volta, perché incarna le migliori caratteristiche per raggiungere quell’obiettivo. Non è women empowerment, non è corporate social responsibility, è un tema di seria capacità manageriale e intenzione di impatto economico e sociale. 

Cosa puoi fare tu che col tuo lavoro concorri alla guida di un’organizzazione? Concorri a realizzare – subito – quattro obiettivi fondamentali che fanno bene alle donne e alle aziende: 

  1. Colmare il gap salariale: come ha chiesto Ursula von der Leyen è arrivato il momento che le aziende dichiarino i compensi di uomini e donne e colmino finalmente questa disparità.  
  1. Lavorare sulla cultura: mettere subito in pista percorsi di formazione per sconfiggere i gender bias, che abbiamo tutti senza esclusione di colpi. 
  1. Prevedere dei processi di recruiting blinded, senza espressione del genere. Pensa che anche l’intelligenza artificiale discrimina! 
  1. Inserire un kpi negli obiettivi da raggiungere per ottenere la retribuzione variabile, a tutti i livelli: è con la legge che cambia la musica.   

E se sei una donna in una posizione di potere?  

  1. Prendi un microfono e parla, OVUNQUE tu possa farlo. Pensalo come un dovere sociale. Basta con la sindrome della secchiona che va alla festa ma sta seduta e non balla. Fai che i bambini intorno a te crescano pensando che è normale e giusto vedere una donna al comando, ovunque. Il personal branding è una leva del proprio progetto di vita. 
  1. Sei arrivata dove volevi? Restituisci e fai calare l’ascensore per tirare su ai piani alti una collega meritevole. Chiamalo give back, oppure sisterhood: questo ce lo insegnano sì i colleghi maschi, che sono tanto fedeli ai loro circoli di potere. 
  1. Quanto è stato importante avere uno sponsor nel tuo percorso? Fallo tu ora. Fai lo sponsor e cercalo sempre nel tuo cammino. Ottenere un potente sponsor è uno dei modi principali per superare la riluttanza organizzativa ad assumersi un rischio nel promuovere una donna in una posizione chiave.  

Vuoi vedere che ci liberiamo di una massa di maschi incapaci, di quei capi che – come dice Tomas Chamorro Premuzic – sono stati scelti perché viene confusa la self-confidence con la competence? (Perché tanti uomini incompetenti diventano leader? – EGEA, 2020). Vuoi vedere che, se ci basiamo veramente su capacità e abilità in processi di selezione blind (alla cieca), le donne sì che vengono scelte? Vuoi vedere che le donne hanno chiesto in questi decenni il part-time solo perché sono in grado di svolgere in 4 ore quello che i loro colleghi maschi sono capaci di allungare in 12? Vuoi vedere che più sei in grado di prenderti cura della famiglia e più acquisisci competenze utili al mercato del lavoro? Vuoi vedere che dimostrarsi vulnerabili è un segno di forza e di coraggio? Vuoi vedere che la vita è solo una, e l’allineamento che spesso è venuto a mancare a quelle donne che si sono scontrate con contesti studiati, progettati e realizzati sulle esigenze di uomini senza responsabilità e carichi di cura, è arrivato il momento di portarlo a tutti i livelli nelle organizzazioni, e che una visione sistemica, femminile, ci farà lavorare e vivere meglio, perché tutto, tutto, ma proprio tutto è connesso?  

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