Di Roberto Paura 

Lo studio dei futuri, ciò che gli anglosassoni chiamano futures studies, non è un esercizio semplice come si è a volte portati a immaginare a un primo sguardo. Se è vero che, nonostante lo sviluppo teorico degli ultimi decenni e la ricerca di metodologie più rigorose, i futures studies non costituiscono una vera e propria disciplina né tantomeno una scienza, non si tratta nemmeno di una semplice arte della congettura, come la definiva uno dei suoi fondatori, l’intellettuale francese Bertrand de Jouvenel. Non è tanto una questione di metodo, come spesso si crede: l’uso di strumenti quantitativi, come quelli propri dell’econometria o della statistica (in particolare, più recentemente, l’uso della big data analysis) non fornisce risposte migliori di strumenti più qualitativi o immaginativi, come la classica analisi di scenario; perlomeno non quando abbiamo a che fare con lo studio del futuro a lungo termine, il cosiddetto foresight, opposto alla previsione di breve termine, il forecast. È, sostanzialmente, una questione di limiti della nostra capacità di mettere in questione il presente. 

L’approccio allo studio dei futuri parte infatti dal mettere in questione la realtà di cui si è parte, il presente condiviso, ossia quello costruito giorno dopo giorno non dal singolo individuo, ma da una collettività di persone all’interno di un contesto socio-culturale ben preciso. Questo presente condiviso è diventato, secondo alcuni studiosi, un presente esteso: vale a dire che non siamo più in grado di metterlo in questione ma immaginiamo il futuro come una mera estrapolazione del presente. Qui si situa la reale complessità dei futures studies

Si può dire che sia un peccato originale della disciplina. I primi futurologi erano convinti che il futuro si potesse predire in qualche modo più o meno scientifico, ma nel farlo non facevano che proiettare il presente in modalità fast forward. Herman Khan, che per primo ha sviluppato la moderna modellistica di scenario, la impiegò inizialmente negli scenari della guerra termonucleare durante la Guerra fredda. Potevano esserci solo due vincitori: il “Mondo Libero”, guidato dagli Stati Uniti, o il Blocco Sovietico, ciò che Ronald Reagan anni dopo avrebbe definito “l’Impero del Male”. Un film dell’età reaganiana, Wargames (1983), è una palese presa in giro della scenaristica di Khan: il supercomputer che i militari usano per simulare la guerra mondiale viene infine convinto, attraverso il gioco del tris, che può esserci anche un’altra soluzione, quella in cui “l’unica mossa vincente è non giocare”. 

Gli studiosi della teoria dei giochi (anch’essa a sua volta un’applicazione logico-matematica mirata in un primo momento a costruire scenari previsionali per la Guerra fredda) fecero un passo avanti quando scoprirono l’esistenza dei giochi a somma non-zero, o “giochi a somma positiva”. Il tris è un tipico gioco a somma zero: solo uno dei due giocatori vince, al massimo si può fare patta, come può capitare negli scacchi. L’obiettivo iniziale degli strateghi della Guerra fredda era convincere l’altra parte a muovere in modo da mandare il gioco in stallo, così da non avere né vincitori né perdenti, dato che la posta in gioco di una guerra termonucleare globale può consistere in decine o centinaia di milioni di morti (a Khan toccava esattamente il compito di prevedere il numero di vittime a seconda dello scenario). Questa era l’unica modalità di cooperazione che riuscivano a immaginare: se in una guerra si può o vincere o perdere, o restare vivi o morire, la strategia della deterrenza suggeriva di cercare un pacifico pareggio. 

Nei giochi a somma positiva questa dicotomia non è invece più presente. L’esito finale dell’interazione tra i giocatori (che si assume essere “attori razionali”) può essere creato nel corso dell’interazione, vale a dire che si può partire da una situazione e giungere a una situazione completamente nuova, imprevista o impossibile da realizzare senza la cooperazione dei giocatori. Questo è precisamente ciò che richiede un esercizio di scenario nel moderno studio dei futuri. Si può intuire dove sia la difficoltà: nell’era del presente esteso, immaginare qualcosa di nuovo o provare a realizzare un futuro molto diverso dal presente non è un’impresa facile, poiché gli attori razionali del sistema tendono a considerare ogni situazione come un classico gioco a somma zero, dove gli scenari possono essere solo due: quello migliore e quello peggiore, il best case e il worst case. Lo sviluppo della nozione di “futuri”, al plurale, ha permesso di ampliare significativamente questa visione manichea e limitante.  

Negli esercizi di scenario si distingue invece tra futuri plausibili, possibili, preferibili e spesso sono inclusi anche i futuri improbabili (preposterous in inglese, che conserva la “p” iniziale degli altri aggettivi). Il superamento del concetto di “plausibilità” e l’apertura al possibile ha scardinato la vecchia futurologia orientata a prevedere il futuro partendo dagli assunti del presente, e ha permesso di (ri)mettere in questione il presente. Lo studio dei futuri rappresenta quindi un utile strumento in ogni tipo di contesto – aziendale, istituzionale, sociale nel senso più ampio – per evadere dalla gabbia del presentismo: possiamo immaginarlo come un grimaldello che il futurista cala tra le sbarre di una cella per aiutare l’evasione del prigioniero rinchiuso nel carcere del presentismo. 

Come ogni tentativo di evasione, non è detto che riesca. È facile che la resistenza a immaginare futuri diversi porti a definire scenari statici, dove non esiste cambiamento, oppure in cui il futuro si riduce a un insieme di minacce da affrontare o minimizzare. Costruire scenari a somma positiva implica la predisposizione a considerare il futuro un campo aperto alla sperimentazione di nuovi, inediti modelli di trasformazione sociale. 

Pensiamo, per esempio, all’impatto delle tecnologie sul mercato del lavoro. È facile ricondurre il problema a uno schematismo binario dove o l’accelerazione tecnologica finirà per rimpiazzare tutti i lavori presenti e a venire, costringendoci alla disoccupazione generalizzata, oppure saremo costretti a inventarci sempre nuovi lavori per restare al passo, lavori caratterizzati – come spesso accade oggi – da iper-flessibilità e significative disparità salariali, ampliando il divario economico che già oggi rappresenta una pericolosa tendenza sociale. Sviluppare scenari a somma positiva implica scardinare questa dicotomia e immaginare nuove forme di lavoro dove l’intelligenza artificiale sarà utilizzata per potenziare e migliorare il lavoro umano, non per sostituirlo. Ciò implica una certa dose di fantasia e creatività, perché è chiaro che la posta in gioco riguarderà immaginare nuovi modelli di convivenza Uomo-Macchina che oggi non fanno parte del nostro orizzonte di pensiero e soprattutto un modo nuovo di pensare il lavoro che avrà poco a che fare con quello che oggi definiamo tale. 

Un altro esempio riguarda la conflittualità generazionale che rischia di caratterizzare sempre più i paesi occidentali. La polarizzazione millennials-boomers o quella tra la generazione Z e generazione X è quasi sempre immaginata come un gioco a somma zero: le politiche di welfare prevedono che ci sia un certo numero di giovani lavoratori per ogni pensionato, oppure che per ogni due posti liberati da occupati che vanno in pensione se ne crei uno per un giovane lavoratore. Ciò spinge alla competizione per i posti, alla pressione delle giovani generazioni per assumere ruoli di responsabilità, all’invidia sociale nei confronti delle categorie più tutelate (lavoratori di lungo corso, pensionati). Un futuro a somma positiva implica nuove modalità di cooperazione transgenerazionale che prevedono un ripensamento degli attuali modelli di welfare novecenteschi e un’autentica collaborazione paritaria e orizzontale tra generazioni sul luogo di lavoro (e non solo), per valorizzare pienamente l’apporto originale di ciascuna generazione. 

Apparirà ora chiaro perché lo studio dei futuri è diventato oggi paradossalmente un lavoro più complesso di quanto non fosse in passato, quando la futurologia si limitava a prevedere cosa potesse accadere in un dato orizzonte temporale a partire dai fattori attivi nel presente. La dimensione del possibile e del preferibile si sostituisce sempre più a quella, limitante, del plausibile, e implica una seria capacità di mettere in questione il presente per “riaprire” il futuro alla sua autentica dimensione plurale: una sfida che richiede uno sforzo collettivo per superare l’approccio competitivo e binario e generare soluzioni nuove e inclusive.

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